Mostarda

Non mi è mai piaciuta, ma ordino il panino senza richiedere modifiche, esattamente così come qualche altro palato deve averlo trovato delizioso. Chissà quand’è che ho deciso che la mostarda non mi piace. Le Mi do un’altra possibilità.

Non ho sostato così a lungo di fronte al bivio “mostarda sì – mostarda no”, quest’ingrediente resta abbastanza al margine della mia mente, per cui, quando addento il panino, la mia attenzione non sta appostata in attesa di quel sapore, pronta ad incappucciarlo dentro a un giudizio, ma lascia le mie papille gustative piuttosto libere di ricevere qualunque sensazione nasca all’interno della mia bocca, mentre, piuttosto, è leggermente distratta dal rimprovero secondo cui c’erano opzioni più leggere, vegetariane e anche più economiche che avrei potuto scegliere. Quest’osservazione, nota già nel momento dell’ordinazione, m’avvicina al mio solito circolo di sconfortante autocritica che cerco di non far degenerare, mentre lascio passare in me la voce che provoca, quella che reagisce cavalcando il rimprovero e anche quella che cerca di attenuarlo e per un attimo quasi rido di questi personaggi così ben caratterizzati che mi abitano, generati, plasmati e nutriti dalla mia storia e la mia memoria, i miei traumi e le mie emozioni, le mie distorsioni identitarie e il perdurare della mia cecità che ha permesso loro di occupare la mia coscienza.

Ma tutto questo avviene in una nube sottile che, pur velando la mia attenzione, non la distoglie dal primo morso del mio panino.

Il pane mi raggiunge con una leggera dolcezza, bagnata dal sapore delicatamente ferroso di una carne ancora un po’ cruda e riconosco, poi, nella sensazione più unta e collosa, un sapore acido ma non disturbante. Dev’essere lei. Dopo qualche morso, quando la soddisfazione della fame inizia a impreziosire le pretese del palato, l’acidità si acuisce e compare anche un’apertura al piccante che però non picca mai, pare sbarrarsi e spegnersi d’improvviso. Le mie papille gustative, sentendosi tratte in inganno da quell’aspettativa disattesa, che non era altro che un’illusione, lo giudicano poco gradevole e pare mi recapitino persino la proposta di non finire il piatto, adducendo che non ho poi così tanta fame. Nel mentre, però, fanno della mia mano una spola automatica tra il piatto, dove raccoglie le patatine fritte, e la mia bocca, nella quale vengono ben masticate e gustate dalle stesse papille secondo cui ho mangiato a sufficienza. Ma che ne sanno le papille del mio stomaco? Interrogo quest’ultimo che, benché non più affamato, non può nemmeno dirsi sazio. “Continuerò a mangiare”, dico con uno sguardo interiore al mio palato capriccioso e non troppo scaltro. Ripercorro tutta l’architettura di ricordi e decisioni che mi sta facendo recapitare in tutti i modi il messaggio che “a me la mostarda non piace”, me ne disfo. Mi accorgo così del mio potere di disobbedirmi e di invitarmi a stare con l’esperienza del mio corpo.Il mio palato si ritira immediatamente a svolgere il suo compito, ci riappacifichiamo, ci assecondiamo, comunichiamo, ci comprendiamo.

I sapori, in realtà, non variano d’intensità e, anzi, paiono a tratti ancor meno graditi ai miei sensi, che però si attengono alla loro funzione essenziale: l’esperienza. Allora assaporano a fondo, pienamente recettivi anche alla bontà che ha convinto qualcuno a proporre questo piatto in un menu. “Non mi piace”, mi continua a borbottare ogni tanto il mio palato. E io osservo come questo inacidisca ancor di più la mostarda, mi soffermo lì per un po’, nell’intenzione di dar tempo al mio palato di far conoscenza con quel sapore. Sosto nell’avventura esplorativa e il suo rigetto passa in secondo piano, tutto torna sopportabile, esperibile.

Mentre sondo sapori e reazioni, mi vengono in mente le parole di un lama buddista tibetano, il quale disse di aver provato a mangiare il sedano, che fino ad allora non aveva mai gradito, concentrandosi sul fatto che altri esseri umani come lui amavano quel sapore e quella sensazione, cercando di immedesimarvisi quindi. La verità è che ascoltai il suo racconto in un momento in cui la mia coscienza non era in grado di grandi cambiamenti di prospettiva. Tuttavia, quella sua esperienza mi ricordò che anche io avevo fatto lo stesso, più o meno con tutta la verdura, persino i broccoli al vapore pressoché sconditi, e che così ero arrivata a mangiarla regolarmente.

Quel suo ricordo aveva illuminato un cammino già consapevolmente percorso in me. Questo, penso, è l’unico modo in cui un insegnamento può davvero funzionare, toccando l’esperienza vissuta, nella capacità di indicare una luce già accesa in noi, una luce che stavamo solo perdendo di vista.

E ora è la mostarda a farmi da maestra. E insegna nel modo più alto, senza parole, andando per la sua strada, incarnando la sua piena essenza, senza preoccuparsi di me. Non si sposta, ma non mi forza. Mi lascia percepire lo spazio della mia libertà e il suo peso, che responsabilizza solo me nel decidere come rivolgermi a lei, cosa fare della sua presenza, come relazionarmi con le sensazioni che mi genera.

Non mi dà indizi o suggerimenti. Si mescola agli altri ingredienti e incontra il mio palato e le mie papille senza resistenze né alterazioni, nel puro e pieno svolgimento delle leggi fisiche. La mostarda fa perfettamente la mostarda. E non sa di esserlo. Forse proprio questo è il segreto della sua autenticità. Non sa di piacere né di essere sgradita. Non sa della sua acidità né della sua piccantezza ingolfata, che non la fa essere né piccante né non piccante, e non soffre per questa mancanza di definizione. Non ha emozioni o memorie che ne complichino l’esistenza. Non toglie e non aggiunge alla sua natura. Come un grande maestro, la mostarda non mi parla, ma, se la guardo, mi mostra, mi fa da esempio e ispirazione.Certo, io ho per natura emozioni e memorie, ma condivido con la mostarda l’ingrediente fondamentale del suo segreto. La natura fondamentale, la facoltà di essere e lasciar essere. Ora la avverto e la incarno, tutto è esperienza, persino il mio rifiuto, persino le mie emozioni, persino le mie memorie. Non so quando abbia percorso per la prima volta questo cammino dell’essenza, ma l’ascolto che presto alla mostarda mi ci riconduce e io lo trovo già illuminato. Non so quando sia stata la prima volta, ma ora, qualcosa in me, si ritrova.