E con chiarezza annoiata vide insieme tutto quel che sarebbe accaduto nei minuti successivi […] e all’improvviso il tutto gli parve infinitamente stupido e odioso, quel suscitare un’altra volta il meccanico svolgersi di cose spesso vissute, e recitarvi la sua parte.
Narciso e Boccadoro, H. Hesse.
PREVEDIBILITÀ NECESSARIA
Prevedere il risultato delle nostre azioni ci permette di generare automatismi che mantengono libero il nostro spazio mentale. Ad esempio, partendo dai più istintuali, quando avverto lo stimolo della fame, non ho bisogno di chiedermi ogni volta come risolverlo: so già che la soluzione è mangiare. Allo stesso modo, una volta imparati i comandi di un’auto e il regolamento stradale, alla vista di un semaforo rosso non dovrò chiedermi cosa fare e come fare per frenare, perché avrò già interiorizzato un certo meccanismo e quindi, in automatico, sposterò il mio piede sul pedale del freno.
Questa catena tra stimolo e risposta automatica in base alla prevedibilità del risultato è il modo in cui mettiamo a frutto l’esperienza, l’investimento mentale fatto in un dato momento, e può essere sfruttata come leva per migliorare la nostra vita attraverso le nostre abitudini (si veda Hatomic Habits di James Clear). L’automatismo, quindi, non è solo utile, ma necessario affinché la nostra mente sia in grado di concentrarsi sul nuovo, sulle situazioni non (ancora) gestibili attraverso un processo già appreso.
PREVEDIBILITÀ DILAGANTE
Eppure, sembrerebbe che il nostro istinto a salvaguardare energie sia esteso fino al limite del paradosso. La dinamica naturale che ci consente di affrontare la novità straborda dalla sua funzione evolutiva propria e si trasforma in una poltrona su cui cullarsi, accrescendo la fatica percepita di fronte al nuovo che, infatti, si cerca di scongiurare in ogni modo. Di fronte alla novità, sia questa rappresentata da una situazione esterna o interiore, lo sconforto sovrasta l’entusiasmo. Pensare di cambiare lavoro, partner, città, pensare di dedicarsi alla creazione di qualcosa, piuttosto che abbandonarsi alla solita passività una volta portati a termine i nostri “doveri”, nella maggior parte dei casi spaventa o, quantomeno, non genera uno stimolo attivo.
La cieca ricerca della prevedibilità in ogni aspetto dell’esistenza denota una pigrizia non solo mentale, ma d’animo, un atteggiamento svogliato nei confronti della vita. Ogni imprevisto è vissuto come un’ingiustizia, ogni richiesta d’azione non preventivata si percepisce come una fatica e non è riconosciuta come l’essenza della vita stessa. Che si creda nel caso o nel destino, che si attribuisca o meno un senso a quelle situazioni che attraversiamo, è evidente che la vita ci resti imprevedibile.
PERCHÉ SIAMO STANCHI?
E cos’è che ci stanca così tanto l’animo da rendere così radicato il bisogno di conoscere come prosegue il nostro puzzle? Cos’è che ci priva dell’inventiva, rompendo il piacere della creatività necessaria per far fronte a nuove circostanze? Cos’è che trasforma l’entusiasmo del nuovo in paura o pigrizia? Perché la necessità di controllo sovrasta lo slancio vitale? Cosa ci ha resi così tanto rigidi e restii al cambiamento, quando l’adattamento è un meccanismo fondamentale per la nostra sopravvivenza? A meno che non la si viva come una condanna a cui però non si ha il coraggio di sottrarsi, la vita è chiaramente un’opportunità. Anzi, una sola vita è innumerevoli opportunità di cui solo una, attimo dopo attimo, si manifesta in ciascuna delle nostre esistenze. Al di là del dibattito tra libero arbitrio e determinismo, resta comunque a ogni uomo la possibilità di percepire una libertà interiore, quella di scegliere come approcciarsi al momento che vive e alla vita in generale (tema ampiamente affrontato in Uno psicologo nei Lager di Viktor Frankl).
Perché sembra così difficile apprezzare la vita così com’è, accettando di non avere il controllo su tutto? Ci lamentiamo di ogni cosa, siamo sempre vittime, ci lamentiamo persino della pioggia!
La tecnologia ha moltiplicato esponenzialmente la presenza degli automatismi nella nostra vita e ci ha riempiti di oggetti che dipendono totalmente dal nostro controllo (anche se poi finiamo noi per esserne dipendenti). Oggi, per sopravvivere, non ci sono richiesti grandi sforzi. Eppure, abbiamo un animo stanco e, mentre ci lamentiamo di come vanno le cose, non ci mettiamo all’opera per cambiarle. L’evoluzione, animata dagli istinti di sopravvivenza, si scontra con un progresso divenuto smodato, che sembra essere sfuggito al nostro controllo, che facilita determinati aspetti pratici tralasciando le possibili -e tangibili- conseguenze sulla nostra vita interiore.
L’evoluzione mira a farci sopravvivere, il progresso dovrebbe farci vivere meglio. Ma, considerando il grado di felicità delle società più avanzate, verrebbe da chiedersi: evolversi sì, ma a che costo? Ci interessa davvero vivere (o sopravvivere) così? Al di là degli istinti primordiali, siamo attaccati alla vita come mero respiro o a ciò che questo davvero ci fa provare e ci permette di sperimentare?
FARE LA NOSTRA PARTE
Il progresso sfrenato e sconsiderato ci impigrisce e ci stanca. Siamo energicamente esauriti da una società in cui sottoponiamo noi stessi a uno stress continuo in nome del progresso e del guadagno, un sistema in cui ci sentiamo ingabbiati. Dietro a questo sistema non c’è nessuno, se non noi stessi: è la somma delle nostre singole esistenze e, soprattutto, del nostro modo di viverle. Come ricorda Einstein, nessun topo costruirebbe una trappola per topi, mentre l’uomo ha inventato la bomba atomica. Analogamente, siamo presi in questa folle centrifuga creata dalle nostre menti e mantenuta in moto dalla nostra incapacità di ribellarci in nome della nostra esistenza e della nostra possibilità di goderne.
Spostarsi da lì, crearsi una nuova, personale strada richiede creatività e quel vortice ci ha fatti impigrire, resi fobici nei confronti del cambiamento e persino dimenticare che ne siamo capaci. Sta a noi, però, attraverso le nostre scelte quotidiane, alimentare o meno questo circolo. In entrambi i casi possiamo trovare il nostro benessere, ma è sempre necessario operare un cambiamento, che sia concreto o solo interiore.
Bisogna quindi riconoscere l’imprevedibilità della vita e abbracciarla, vivere il cambiamento e l’adattamento non per forza senza sforzo, ma come prova della nostra esistenza e come mezzo per farci sentire vivi. È nella creazione e nel cambiamento che risiede la nostra vitalità, non può essere raccolta in uno spazio già decorato e definito in principio. Va ritrovato il gusto della scoperta e riconosciuto il disgusto per l’infertilità della scontatezza.

CREARE E ISPIRARE
A chi accoglie e si dà alla propria esistenza, che non solo non rifugge dal nuovo, ma lo ricerca, appartiene questa rinascita.
A chi recupera la sua energia e rinnova quella forza interiore così smorzata dal conformismo e dai sentieri già tracciati, resta il compito di togliere benzina a quel motore che tanto inquina le anime degli uomini.
A chi ha la forza di abbandonarsi a un’arte autentica, nel rispetto della propria verità e prescindendo dal successo sociale, spetta rianimare la creatività e illuminare la purezza, così snaturata e dimenticata.
A chi ha il coraggio di accogliere la sfida di un’esistenza libera, la cui paura risiede piuttosto nell’affittare il proprio tempo a un sistema sterile in nome di valori imposti, spetta ispirare senza imporre, senza nemmeno proporre un antisistema che finirebbe per essere intrinsecamente contraddittorio. Gli aggiustamenti sociali, eventualmente, avverranno gradualmente e di conseguenza, come è sempre stato.
In una società segnata dal ripetersi del grigio pattern della paura e di uno sfiduciato appiattimento, creare e ispirare, non come obiettivi, ma come conseguenze naturali della propria spontanea e autentica forza, dipingono il colorato quadro di queste esistenze.
